Capitolo 1
Fu impeccabile nel ruolo di amante.
Capitolo 2
Persino i suoi orgasmi sapevano aspettare.
Capitolo 3
La rinuncia era ascesi o mortificazione?
Capitolo 4
Poi la neve congelò il compiacimento.
Capitolo 5
Non avrebbe mai nuotato con lei.
Capitolo 6
Partì prima che lui dicesse «aspetta».
Erano giorni incerti, che trascorrevano alla ricerca del tempo della calma interiore. Come la si poteva raggiungere? Esisteva un fare comune, trasmissibile e perciò condivisibile, che insegnasse come ottenerla, oppure si trattava di un percorso individuale solitario e accidentato, intriso di trappole mentali strumentali alla riflessione personale?
Per Lo le vacanze natalizie erano cominciate alla vigilia, una giornata umida e nebbiosa che, anziché trasmetterle atmosfere di festa, le aveva suggerito interrogativi di questo tipo. D’altronde, sebbene le piacesse molto l’inverno, era ormai da parecchi anni che non riusciva più ad apprezzare – così almeno diceva quando le chiedevano come avrebbe passato il Natale, «la letizia sincronizzata degli addobbi alla replicante grotta del nascituro». La famiglia (d’origine) l’avrebbe avuta con sé il 25, giorno di riconciliazione familiare e nazionale che quell’anno cadeva di giovedì, nel mezzo del cammin della settimana. Un giorno perfetto dunque la vigilia, pensò Lo, per starsene in casa con calzettoni e silenzio a mettere un po’ d’ordine, se non fra le idee, quantomeno nei cassetti. Fu proprio in una delle cassettiere bianche del corridoio che ritrovò un biglietto di Natale scritto qualche anno prima, ma mai dimenticato.
«Per impacchettarlo ho pensato prima ai nastri. Ne ho scelti cinque, uno per ognuno dei cinque sensi che ho usato per farti il regalo di Natale.
Il primo nastro, a dire il vero, è di due colori: bianco e nero: nero come la tastiera del computer dove stanno appoggiate le mie mani; bianco come le lettere che sto premendo coi polpastrelli. Bianco e nero sono i colori della stampa, ruvidi al tatto qual è una pagina di giornale, ma evanescenti quanto questo schermo bianco latte che sta diventando sempre più nero. Bianco e nero sono anche gli elementi del tao, lo yin e lo yan: il buio e la luce, la luna e il sole, la donna e l’uomo. Faticherai un po’ a slegare questo primo nastro, perché l’ho stretto per bene, anche se non troppo, no; giusto quel tanto da avvicinare il bianco e il nero— che si tocchino pure.
Il secondo nastro è azzurro infinito: proprio quello che riesci a vedere tu quando guardi più in alto, sopra le nuvole; l’azzurro infinito che si stende davanti a te, sul mare dove ti muovi come nel liquido amniotico; che puoi intravedere quando sbirci attraverso le lenti dei tuoi occhiali, azzurre come il vetro, la trasparenza, la vista. L’ho legato in cima al pacchetto, il secondo nastro, affinché davanti a sé non ci sia niente che gli impedisca di vedere, nessuno specchio che lo rifletta nessun bagliore che lo accechi.
Il terzo nastro è verde quanto l’odore dell’erba con cui ci sporcavamo i vestiti da piccoli, quanto le pinete dove facevamo i picnic di pasquetta, quanto il muschio raccolto per il presepe di Natale. È verde quanto l’essenza della natura a cui appartengono i nostri corpi, quanto l’olfatto grazie a cui si riconoscono. Il terzo nastro l’ho usato per fare il fiocco così che dal centro si diffonda il suo profumo penetrante.
Il quarto nastro è rosso come le labbra di una donna che lascia il rossetto sul bordo del bicchiere, come il vino che inebria, il gusto che appaga. È il più corto di tutti perché ne basta poco: si riconosce subito se è vero. La passione non inganna.
Il quinto nastro è giallo, giallo oro grezzo come il tintinnio di gioielli maya; dal suono grave, come le parole che pesano, assordanti quelle urlate assonanti quelle sussurrate, o lieve come il fruscio di lenzuola sfiorate dai raggi del sole, e sublime come i sospiri, il respiro.
Rosa infine è il colore della seta, più silenziosa dell’ombra nel riparare dalla calura, più sinuosa del velluto nell’avvolgere i miei pensieri».
“Destinatario sconosciuto”, di Kressmann Taylor (1903-1997), uscì per la prima volta nell’autunno del 1938 sulla rivista “Story”, registrando il tutto esaurito nel giro di dieci giorni. È un racconto epistolare: Max, ebreo americano, scrive da San Francisco all’amico tedesco Martin, da poco ripartito dagli Stati Uniti per tornare nella sua Monaco.
Nel 1995 una nuova edizione americana lo ha riportato all’attenzione del pubblico, e nel 2000 è stato tradotto in Italia da Rizzoli (in libreria nella collana Bur Scrittori contemporanei, 77 pagine, 5 euro).
Inizia con una lettera di Max, gallerista d’arte, datata 12 novembre 1932: «Sei rientrato in una Germania democratica, una terra dalla cultura profonda che sta vivendo gli inizi di una straordinaria libertà politica», scrive Max all’amico Martin, apostrofandolo affettuosamente come «il giovane artista squattrinato» diventato ora «il benefattore della famiglia». L’amico gli risponde dopo un mese confessandogli la confusione regnante ancora nella nuova casa: trenta stanze e quasi dieci acri di parco acquistati a un prezzo ridicolo. «Non ti farebbe piacere vedere com’è povero oggi questo mio triste Paese», commenta Martin. «Le stanze della servitù, le stalle e le dépendances sono enormi e, sembra incredibile, abbiamo dieci domestici allo stesso stipendio dei due che lavoravano da noi a San Francisco». Dopo averlo aggiornato sulla salute della moglie Elsa e dei due figli maschi, che a suo dire «parlano un cattivo tedesco, troppo mischiato all’inglese», Martin riprende a descrivergli il Paese, segnato da «una grande instabilità politica, anche se è presidente Hindenburg, un liberale che io ammiro profondamente».
Il 1933 sarà un anno di grandi cambiamenti anche per Martin. Rispondendo a Max che gli chiede informazioni su «questo Adolf Hitler che sta diventando sempre più potente in Germana», Martin scrive: «Credo che Hitler possa essere un bene per il Paese, ma non ne sono del tutto sicuro. Ora è diventato capo effettivo del governo: immagino che nemmeno Hindenburg potrebbe privarlo del potere, dal momento che è stato costretto a insediarlo.
Quell’uomo è come una scossa elettrica, energico come lo può essere soltanto un grande oratore e un fanatico, ma a volte mi chiedo se sia sano di mente. Le sue camicie brune appartengono alle classi più basse, si danno al saccheggio e hanno cominciato a organizzare pestaggi di ebrei. Ma forse sono soltanto episodi minori», minimizza infine lo stesso Martin, che qualche riga più sotto informa l’amico di essere diventato un pubblico ufficiale. «Dio voglia che stiamo seguendo con tanto entusiasmo una vera guida e non un angelo della morte».
Le lettere che seguono segnano così l’incalzarsi degli eventi fino all’orribile realtà del nazismo. Le parole accorate scritte da Max, preoccupato per il cambiamento repentino dell’amico e per le terribili voci che gli arrivano dalla Germania su un vero e proprio pogrom in atto, non otterranno smentita. Max è preoccupato anche per la sorella Griselle, un tempo amante di Martin e ora attrice teatrale in scena proprio in Germania. L’amore per lei sarà fatale a entrambi.
Ma è la lettera di Martin del luglio
Con una prosa semplice, lineare ma talvolta affilata e fredda come la lama di un coltello, le lettere che seguono svelano in tempo reale (ricordiamo che il libro esce nel 1938) la forza primitiva e la capacità persuasiva del pensiero hitleriano. Nella lettera del 18 agosto 1933 che, nelle intenzioni di Martin, avrebbe dovuto essere il suo congedo definitivo da Max, si legge: «Io sono un patriota tedesco. Un liberale è un uomo che non crede nell’azione. Si limita a riempirsi la bocca parlando dei diritti dell’uomo. Gli piace tanto sproloquiare di libertà di parola, e che cosa sarebbe la libertà di parola? Solo il diritto di starsene seduti a testa alta ad affermare che quello che fanno gli uomini d’azione è sbagliato. Che cosa c’è di più frivolo di un liberale? Io lo so bene, perché lo sono stato. È una persona che condanna un governo debole perché non attua alcun cambiamento, ma quando un uomo forte sale al potere, quando un uomo d’azione comincia a cambiare le cose, che cosa fa il liberale? Si dichiara contrario. Per il liberale, tutti i cambiamenti sono sbagliati.
Lui lo chiama “vedere le cose a lungo termine”, ma non è altro che una gran paura di essere costretto a passare all’azione. Adora le parole e i principi altisonanti, ma non è di alcun aiuto a coloro che possono cambiare il mondo. Gli uomini che contano sono soltanto coloro che agiscono. E qui, in Germania, è salito al potere un uomo d’azione. Un uomo pieno di energia, che cambierà le cose. Quando sale al potere un uomo d’azione, l’intera vita delle persone cambia in un attimo: io lo seguirò. Non voglio farmi trascinare dalla corrente. Voglio sbarazzarmi di una vita piena di parole e priva di fatti. Offro la mia schiena e le mie spalle a questo nuovo, grande cambiamento. Io sono un uomo perché agisco. Prima ero soltanto una voce. Non metto in discussione i fini delle nostre azioni: non è necessario. So che è bene, perché è frutto di energia. Non è possibile sbagliare, quando si agisce con tanta gioia e vitalità.
Tu dici che perseguitiamo i liberali, che bruciamo le biblioteche. Svegliati: il chirurgo che asporta un cancro dà forse prova di questo sentimentalismo dolciastro? Taglia nel vivo, senza provare emozioni. Siamo crudeli, certo che lo siamo. Il parto è un atto brutale: e anche la rinascita tedesca lo è.
Erano quasi le sei del mattino quando uscii dalla casa di Samuele. Nonostante tutto non mi sentivo sola, forse perché il buio della notte se n’era appena andato e a farmi compagnia c’era adesso la luce limpida dell’alba, che illuminava ogni cosa. Camminavo lungo i vicoli ancora semideserti guardandomi i piedi, a passi silenziosi. Ma la città si stava risvegliando nonostante la mia presenza. Il sorriso che mi rivolse l’anziano signore a spasso col suo cane mi fece dimenticare per un attimo il peso della nottata che mi portavo appresso.
Quando mancavano pochi metri alla fermata della metropolitana che mi avrebbe riportato a casa, una macchina grigia si accostò al marciapiede, col finestrino della portiera destra abbassato. Doveva essere qualcuno in cerca d’informazioni. Mi fermai d’istinto; mi divertiva la gente che ti rivolgeva la parola per strada per chiederti dove dovesse andare. Anche quella volta mi chinai quindi per guardare all’interno dell’abitacolo, pronta a rispondere a qualche domanda. Ciò che vidi mi fece invece credere ai fantasmi, anche se solo per un attimo. In effetti il caso non poteva essere meno casuale di così. C’era lei al volante di quell’auto, la ragazza inglese a cui avevo pensato la notte prima, l’oggetto della mia confessione. Ma era poi stata una confessione?
Ci misi qualche secondo a realizzare quello che stava accadendo, il tempo sufficiente perché lei si rivolgesse a me chiedendomi con gentilezza di aiutarla.
«Sa dov’è via Calligrafi?», mi chiese col suo spiccato accento inglese, tenendo in mano un foglietto spiegazzato. Aveva ancora i capelli raccolti, come quella volta che la vidi sul treno, ma ora portava anche un paio d’occhiali dalla montatura leggera.
«Deve essere da queste parti, ma non so dirle di preciso dove», le risposi indicando col braccio teso la fermata della metropolitana. «Io devo andare in quella direzione, se vuole l’accompagno per un tratto così magari riesco ad aiutarla», mi ritrovai a proporle.
«Oh sì, grazie», mi disse la ragazza allungandosi in avanti per aprirmi la portiera. Evidentemente le avevo fatto buona impressione. In realtà ero frastornata dalla coincidenza che mi lasciava interdetta, ma lei non poteva sapere.
«Devo fare inversione?» mi chiese appena salii in macchina.
«Ah, sì, certo», le risposi come svegliata di soprassalto dal dormiveglia, «e poi al semaforo giri a destra, dovrebbe essere da quelle parti», le dissi voltandomi verso di lei. Guidava con le due mani strette sul volante. Stava ascoltando qualcosa. Mi ci volle poco a riconoscere quelle note: era il pianoforte sensuale, denso e passionale di Keith Jarrett al “Koln Concert”, un pianoforte spremuto da un Keith febbricitante, piegato sul piano, scordato ma nonostante questo lui, Keith, concentrato e forte e come sempre a occhi chiusi a inseguire la sua visione di bellezza gocciolando dalla fronte e dal viso, impegnandosi su una parte ristretta della tastiera, quella che lo assecondava meglio.
Mentre ero girata a guardarla mi cadde l’occhio sul sedile posteriore, su cui era appoggiato un libro. Lo riconobbi subito dalla copertina, era un libro che conoscevo bene.