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martedì, 20 gennaio 2009

Romanzo in sei parole

Capitolo 1

Fu impeccabile nel ruolo di amante.  

Capitolo 2

Persino i suoi orgasmi sapevano aspettare.  

Capitolo 3                                                                      

La rinuncia era ascesi o mortificazione?

Capitolo 4

Poi la neve congelò il compiacimento.

Capitolo 5                                                   

Non avrebbe mai nuotato con lei.

Capitolo 6

Partì prima che lui dicesse «aspetta».

postato da: incorpo12 alle ore 15:37 | link | commenti (1)
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mercoledì, 24 dicembre 2008

Regalo di Natale

Erano giorni incerti, che trascorrevano alla ricerca del tempo della calma interiore. Come la si poteva raggiungere? Esisteva un fare comune, trasmissibile e perciò condivisibile, che insegnasse come ottenerla, oppure si trattava di un percorso individuale solitario e accidentato, intriso di trappole mentali strumentali alla riflessione personale?

Per Lo le vacanze natalizie erano cominciate alla vigilia, una giornata umida e nebbiosa che, anziché trasmetterle atmosfere di festa, le aveva suggerito interrogativi di questo tipo. D’altronde, sebbene le piacesse molto l’inverno, era ormai da parecchi anni che non riusciva più ad apprezzare – così almeno diceva quando le chiedevano come avrebbe passato il Natale, «la letizia sincronizzata degli addobbi alla replicante grotta del nascituro». La famiglia (d’origine) l’avrebbe avuta con sé il 25, giorno di riconciliazione familiare e nazionale che quell’anno cadeva di giovedì, nel mezzo del cammin della settimana. Un giorno perfetto dunque la vigilia, pensò Lo, per starsene in casa con calzettoni e silenzio a mettere un po’ d’ordine, se non fra le idee, quantomeno nei cassetti. Fu proprio in una delle cassettiere bianche del corridoio che ritrovò un biglietto di Natale scritto qualche anno prima, ma mai dimenticato.

 

«Per impacchettarlo ho pensato prima ai nastri. Ne ho scelti cinque, uno per ognuno dei cinque sensi che ho usato per farti il regalo di Natale.

Il primo nastro, a dire il vero, è di due colori: bianco e nero: nero come la tastiera del computer dove stanno appoggiate le mie mani; bianco come le lettere che sto premendo coi polpastrelli. Bianco e nero sono i colori della stampa, ruvidi al tatto qual è una pagina di giornale, ma evanescenti quanto questo schermo bianco latte che sta diventando sempre più nero. Bianco e nero sono anche gli elementi del tao, lo yin e lo yan: il buio e la luce, la luna e il sole, la donna e l’uomo. Faticherai un po’ a slegare questo primo nastro, perché l’ho stretto per bene, anche se non troppo, no; giusto quel tanto da avvicinare il bianco e il nero— che si tocchino pure.

Il secondo nastro è azzurro infinito: proprio quello che riesci a vedere tu quando guardi più in alto, sopra le nuvole; l’azzurro infinito che si stende davanti a te, sul mare dove ti muovi come nel liquido amniotico; che puoi intravedere quando sbirci attraverso le lenti dei tuoi occhiali, azzurre come il vetro, la trasparenza, la vista. L’ho legato in cima al pacchetto, il secondo nastro, affinché davanti a sé non ci sia niente che gli impedisca di vedere, nessuno specchio che lo rifletta nessun bagliore che lo accechi.

Il terzo nastro è verde quanto l’odore dell’erba con cui ci sporcavamo i vestiti da piccoli, quanto le pinete dove facevamo i picnic di pasquetta, quanto il muschio raccolto per il presepe di Natale. È verde quanto l’essenza della natura a cui appartengono i nostri corpi, quanto l’olfatto grazie a cui si riconoscono. Il terzo nastro l’ho usato per fare il fiocco così che dal centro si diffonda il suo profumo penetrante.

Il quarto nastro è rosso come le labbra di una donna che lascia il rossetto sul bordo del bicchiere, come il vino che inebria, il gusto che appaga. È il più corto di tutti perché ne basta poco: si riconosce subito se è vero. La passione non inganna.

Il quinto nastro è giallo, giallo oro grezzo come il tintinnio di gioielli maya; dal suono grave, come le parole che pesano, assordanti quelle urlate assonanti quelle sussurrate, o lieve come il fruscio di lenzuola sfiorate dai raggi del sole, e sublime come i sospiri, il respiro.

Rosa infine è il colore della seta, più silenziosa dell’ombra nel riparare dalla calura, più sinuosa del velluto nell’avvolgere i miei pensieri».

postato da: incorpo12 alle ore 23:40 | link | commenti (2)
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lunedì, 30 giugno 2008

Cronache del mondo emerso

L’ultimo fatto di cui vi parlai prima di andarmene fu l’incontro con la ragazza inglese. Ebbene, passò diverso tempo da quel giorno, ma alla fine la rividi. Mi chiamò di domenica, mentre camminavo per la città sotto la pioggia sul lungofiume, quel giorno adombrato dalle nuvole più del dovuto. Stavo cedendo al flusso della corrente, quasi fossi parte dell’immagine riflessa sull’acqua delle case del borgo spaiate sull’altra riva, quando la ragazza inglese mi chiamò. Era uno di quei momenti in cui la consapevolezza di dover fare qualcosa per cambiare la mia vita e l’incapacità di dar seguito alla cosa mi ossessionavano. Ero impaurita dalla mancanza di idee e dal trascorrere del tempo. Quando il telefono suonò, sul display comparve un numero sconosciuto. «Pronto?»
«Lo?»
«Sì, sono io», risposi alla voce femminile che chiedeva di me.
«Ciao, sono la ragazza che hai accompagnato in auto in via Calligrafi un po’ di tempo fa, ricordi?» Naturalmente capii subito chi fosse e ne rimasi stupita, nonostante fossi stata io a darle il numero. «Sì, certo che ricordo», le dissi finalmente dopo alcuni secondi di silenzio. «Speravo mi chiamassi».
«Quel giorno sei stata molto gentile con me, ma non è solo per questo che ti chiamo», chiarì subito la ragazza dalla voce dolce e decisa. «In realtà, ti chiamo per via di un libro». La pioggia continuava a cadere, disegnando cerchi concentrici sulla pelle del fiume. «Di che libro si tratta?» chiesi. «Un libro che mi ha prestato un amico; lui dice che fa bene perché fa tornare bambini e distoglie dai pensieri dei grandi. In effetti mi sono messa a leggerlo di sera a letto, prima di addormentarmi», mi disse mentre la campana del ponte batteva la mezz’ora. Erano le otto della sera e il tramonto sembrava esser stato messo lì apposta come scenografia alla telefonata. «È scritto in modo semplice; non c’è nulla della ricerca spasmodica della parola che fa grande uno scrittore, ma in questo caso non è importante». Cronache del mondo emerso è il primo romanzo di una saga fantasy inventata da Licia Troisi. La sua storia è scritta su www.liciatroisi.it, il suo sito ufficiale: “Sono nata a Roma il 25 novembre 1980. Ho iniziato a dilettarmi di scrittura più o meno quando ho imparato a leggere”, scrive l’autrice. “Mi sono laureata in Astrofisica nel dicembre 2004, data memorabile. Durante gli anni di università ho iniziato a leggere fumetti, principalmente manga, e a conoscere un po’ meglio il mondo della fantasy. A 21 anni ho finalmente trovato la storia che cercavo e ho iniziato a scrivere le Cronache del mondo emerso. Mi ci è voluto un anno e mezzo per finirle e sei mesi per fare una prima approssimativa correzione, dopo di che ho spedito il manoscritto all’unica casa editrice di cui conoscessi l'indirizzo, la Mondadori. Ad aprile del 2004 il mio libro è arrivato in libreria.
Attualmente collaboro con l'Asdc (ASI Science Data Center - Agenzia Spaziale Italiana)”. Le parole, nei suoi libri, sono fabbriche che producono immagini di terre lontane: del Mare e del Sole, Terre dei Giorni e Terre della Notte, dell’Acqua del Vento delle Rocce e del Fuoco, e popoli di cavalieri, maghi, gnomi e mostri. Le Terre del Mondo emerso sono otto, ma cinque sono cadute sotto la spada di un feroce tiranno che vuole conquistare il mondo intero. E contro cui combatte Nihal della Terra del Vento, l’eroina dai grandi occhi viola, dalle orecchie appuntite e dai lunghi capelli blu cresciuta nella casa di un armaiolo. Leggere Cronache del Mondo Emerso per me è stato come se la Troisi fosse lì a dirmi “guarda che non è necessario essere un cavaliere di drago e lottare quotidianamente coi propri fantasmi per riuscire a vivere la vita che si desidera”.
C’è un brano, verso la fine (380 pagine edite da Mondadori, euro 16,00), che descrive il primo volo della protagonista in groppa a quello che sarà il suo drago, Oarf. Nihal non sa come tenersi perché non sa cavalcare. Il suo maestro, Ido, non gliel’ha ancora insegnato. “Ido si era affezionato a Nihal e più di tutto voleva aiutarla a liberarsi del dolore”, però sapeva anche che, se non ci fosse riuscito, “avrebbe dovuto impedire che Nihal diventasse un Cavaliere di Drago. Era troppo concentrata sulla vendetta, troppo chiusa in se stessa per poter essere davvero utile all’esercito delle Terre libere”. Ma una mattina “Nihal si svegliò e si recò nell’arena in anticipo rispetto al solito”: troppo forte il richiamo alla guerra di liberazione del suo popolo contro i malvagi guidati dal despota. “Si strinse nel mantello e si sedette sugli spalti ad aspettare. Lo vide apparire a poco a poco dalla bruma, accompagnato dallo scudiero: la grande figura di Oarf avanzava con maestà”. Agì d’impulso, “lo raggiunse di corsa, spiccò un balzo e gli si aggrappò a un fianco”, arrampicandosi sulla sua schiena. E il drago spiccò il volo. “Nihal sentiva il vento che la investiva, le sembrava quasi di non riuscire a respirare. Chiuse gli occhi. Ebbe paura, molta. Poi però si rese conto che volava”. Quel volo è l’emozione del coraggio e dell’incoscienza, ma è anche la determinazione che la muove a rivendicare i genitori morti per la stessa causa. “Ora che attraversava le nuvole come una saetta e saliva sempre più in alto, sempre di più, si sentiva potente come una divinità”. Ma durò un istante. “Le girò la testa. Le mani lasciarono la presa. Precipitò nel vuoto. Fu investita da un vento furioso. Chiuse gli occhi. Che morte stupida, ebbe il tempo di pensare”. Naturalmente lei non muore, ma la guerra continua».
postato da: incorpo12 alle ore 15:57 | link | commenti (4)
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giovedì, 15 maggio 2008

Il silenzio della neve

Penserete che sono una persona poco volitiva: prima chiedo la vostra attenzione con la promessa di svelarvi il mio amore per la letteratura (e per altro ancora), poi sparisco per settimane intere senza lasciare traccia. Forse avete ragione; ricordate però quando vi dissi che avreste dovuto fare uno sforzo mentale per abituarvi a un diverso rapporto spazio-temporale in cui si svolgono le vicende di questo mondo? Quando vi confessai che l’idea di scrivere questo diario venne una sera di giugno, complici gli amici scrittori miei ospiti, ai quali avevo chiesto di recitarmi un brano che racchiudesse il senso della letteratura? «Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, Ka avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro», disse allora Orhan Pamuk. E così io giustifico le pagine mute che vi ho riservato negli ultimi mesi: con il silenzio della neve. Ora che la neve si è sciolta e i colori dei fiori accendono i desideri, posso ricominciare a scrivere.
postato da: incorpo12 alle ore 23:04 | link | commenti (2)
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mercoledì, 27 febbraio 2008

Possibilità

Keith Jarret continuava a suonare, imperterrito e magnifico; lei guidava, e io pensavo a cosa dire standomene zitta. Dovevo dire qualcosa che mi desse la possibilità di rivederla. La possibilità. Che bella parola, “possibilità”. Con le parole puoi fare quello che vuoi: puoi deviare un discorso introducendo una nota d’irresistibile curiosità per il tuo interlocutore; puoi immaginare scambi di battute fra te e George Clooney incontrato casualmente in ascensore; oppure puoi descrivere l’ultimo posto in cui sei stata con tre, quattro aggettivi, come faceva Faulkner (sempre che tu ne sia capace): «[…] un’isoletta posta in un sorridente incredibile mare d’indaco spiato dalla furia […]».
Con le parole puoi descrivere tutto, anche l’assenza di possibilità. Io conosco bene l’assenza di possibilità. Se mi chiedessero di descriverla in poche parole, direi che è uno stato mentale connesso a condizioni oggettive determinate (nel senso che sono già date), indipendenti dalla tua volontà ma da questa accettate. Aggiungerei, a titolo esemplificativo, che l’assenza di possibilità è quando decidi, consapevolmente perché costretta da un’attrazione fatale, di vivere la data esperienza pur sapendo che non ti porterà a niente o, meglio, che ti porterà a mille cose da cui però dovrai allontanarti, prima o poi. Quello che più o meno è successo a me con lui. Lui non è Samuele. È uno impossibile, appunto. Ma comunque sia, il risultato non cambia: quell’uomo faceva la differenza.

Ne approfittai quindi con l’unico argomento di conversazione di cui disponessi in quel momento.
«Stai leggendo Destinatario sconosciuto?», le chiesi indicando col movimento del mento il sedile posteriore.
«No, me lo hanno regalato da poco», si giustificò.
«È un bel regalo. Si legge in meno di un’ora e si ricorda per anni», sentenziai mio malgrado. Ma comunque il discorso era chiuso. Dall’attenzione che stava prestando alla strada, capii che eravamo arrivate a destinazione.
«Ci siamo?», le chiesi infatti subito dopo.
«Sì, al prossimo incrocio a destra»
«Bene!», le dissi esagerando col tono, pensando in realtà a quello che le avrei detto subito dopo.
«So che è una richiesta bizzarra, dato che noi due non ci conosciamo, ma io avrei bisogno di rivederti», aggiunsi con l’urgenza propria di una confessione. «Questa non è la prima volta che ti vedo. Quando mi hai fermata, ho pensato che tu fossi proprio l’ultima persona che avrei immaginato di incontrare stamattina. È una coincidenza che sfiora la causalità; una storia lunga che, se vuoi, ti racconterò. Mi farebbe bene. Ti lascio il mio numero di telefono; non si sa mai», conclusi scrivendo in fretta il mio numero di cellulare su un foglio pescato dalla borsa. Nel frattempo lei si era accostata al marciapiede di via Calligrafi, al civico 29. A questo punto, non potei far altro che aprire la portiera.
«Buona giornata», le dissi prima di scendere dall’auto.
«Buona giornata anche a te. E grazie», mi rispose con un sorriso.
Mi allontanai con la sensazione di non aver capito nulla di quello che stava succedendo. Ma un senso doveva pur esserci, da qualche parte. Bastava cercarlo.

postato da: incorpo12 alle ore 17:25 | link | commenti
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lunedì, 28 gennaio 2008

Destinatario sconosciuto

“Destinatario sconosciuto”, di Kressmann Taylor (1903-1997), uscì per la prima volta nell’autunno del 1938 sulla rivista “Story”, registrando il tutto esaurito nel giro di dieci giorni. È un racconto epistolare: Max, ebreo americano, scrive da San Francisco all’amico tedesco Martin, da poco ripartito dagli Stati Uniti per tornare nella sua Monaco.

Nel 1995 una nuova edizione americana lo ha riportato all’attenzione del pubblico, e nel 2000 è stato tradotto in Italia da Rizzoli (in libreria nella collana Bur Scrittori contemporanei, 77 pagine, 5 euro).

Inizia con una lettera di Max, gallerista d’arte, datata 12 novembre 1932: «Sei rientrato in una Germania democratica, una terra dalla cultura profonda che sta vivendo gli inizi di una straordinaria libertà politica», scrive Max all’amico Martin, apostrofandolo affettuosamente come «il giovane artista squattrinato» diventato ora «il benefattore della famiglia». L’amico gli risponde dopo un mese confessandogli la confusione regnante ancora nella nuova casa: trenta stanze e quasi dieci acri di parco acquistati a un prezzo ridicolo. «Non ti farebbe piacere vedere com’è povero oggi questo mio triste Paese», commenta Martin. «Le stanze della servitù, le stalle e le dépendances sono enormi e, sembra incredibile, abbiamo dieci domestici allo stesso stipendio dei due che lavoravano da noi a San Francisco». Dopo averlo aggiornato sulla salute della moglie Elsa e dei due figli maschi, che a suo dire «parlano un cattivo tedesco, troppo mischiato all’inglese», Martin riprende a descrivergli il Paese, segnato da «una grande instabilità politica, anche se è presidente Hindenburg, un liberale che io ammiro profondamente». La Germania, nonostante la ripresa economica, il miglioramento dei rapporti internazionali e la vivacità culturale della Repubblica di Weimar, fatica a raggiungere una stabilità politica interna. Da una parte, il rivoluzionarismo comunista; dall’altro, l’estremismo eversivo nazionalista, uscito definitivamente allo scoperto dieci anni prima, l’8 novembre 1923, col putsch della Birreria, quando Hitler fa il suo primo tentativo di impadronirsi del potere. Il colpo non riesce ma l’anno di prigionia gli offre il tempo per scrivere il suo “Mein Kampf”. Nel 1925 viene eletto presidente della Repubblica Hindenburg e alle elezioni del 1930, nonostante la tenuta dei socialdemocratici, che restano il partito più forte, il partito nazista passa da 800mila voti, presi nel 1928, a 6 milioni 400mila. Da questo momento, le squadre armate naziste occupano le strade tedesche. Dieci anni più tardi, nel 1933 dunque, Hindenburg affida a Hitler l’incarico di formare il nuovo governo.

Il 1933 sarà un anno di grandi cambiamenti anche per Martin. Rispondendo a Max che gli chiede informazioni su «questo Adolf Hitler che sta diventando sempre più potente in Germana», Martin scrive: «Credo che Hitler possa essere un bene per il Paese, ma non ne sono del tutto sicuro. Ora è diventato capo effettivo del governo: immagino che nemmeno Hindenburg potrebbe privarlo del potere, dal momento che è stato costretto a insediarlo.

Quell’uomo è come una scossa elettrica, energico come lo può essere soltanto un grande oratore e un fanatico, ma a volte mi chiedo se sia sano di mente. Le sue camicie brune appartengono alle classi più basse, si danno al saccheggio e hanno cominciato a organizzare pestaggi di ebrei. Ma forse sono soltanto episodi minori», minimizza infine lo stesso Martin, che qualche riga più sotto informa l’amico di essere diventato un pubblico ufficiale. «Dio voglia che stiamo seguendo con tanto entusiasmo una vera guida e non un angelo della morte».

Le lettere che seguono segnano così l’incalzarsi degli eventi fino all’orribile realtà del nazismo. Le parole accorate scritte da Max, preoccupato per il cambiamento repentino dell’amico e per le terribili voci che gli arrivano dalla Germania su un vero e proprio pogrom in atto, non otterranno smentita. Max è preoccupato anche per la sorella Griselle, un tempo amante di Martin e ora attrice teatrale in scena proprio in Germania. L’amore per lei sarà fatale a entrambi.

Ma è la lettera di Martin del luglio 1933 a sconvolgere Max: «Per me è impossibile intrattenere una corrispondenza con un ebreo», gli scrive Martin da Monaco; «la razza ebrea è un problema scottante per ogni nazione che la ospiti», aggiunge. «Ti ho voluto bene non perché eri ebreo, ma nonostante tu lo fossi».

Con una prosa semplice, lineare ma talvolta affilata e fredda come la lama di un coltello, le lettere che seguono svelano in tempo reale (ricordiamo che il libro esce nel 1938) la forza primitiva e la capacità persuasiva del pensiero hitleriano. Nella lettera del 18 agosto 1933 che, nelle intenzioni di Martin, avrebbe dovuto essere il suo congedo definitivo da Max, si legge: «Io sono un patriota tedesco. Un liberale è un uomo che non crede nell’azione. Si limita a riempirsi la bocca parlando dei diritti dell’uomo. Gli piace tanto sproloquiare di libertà di parola, e che cosa sarebbe la libertà di parola? Solo il diritto di starsene seduti a testa alta ad affermare che quello che fanno gli uomini d’azione è sbagliato. Che cosa c’è di più frivolo di un liberale? Io lo so bene, perché lo sono stato. È una persona che condanna un governo debole perché non attua alcun cambiamento, ma quando un uomo forte sale al potere, quando un uomo d’azione comincia a cambiare le cose, che cosa fa il liberale? Si dichiara contrario. Per il liberale, tutti i cambiamenti sono sbagliati.

Lui lo chiama “vedere le cose a lungo termine”, ma non è altro che una gran paura di essere costretto a passare all’azione. Adora le parole e i principi altisonanti, ma non è di alcun aiuto a coloro che possono cambiare il mondo. Gli uomini che contano sono soltanto coloro che agiscono. E qui, in Germania, è salito al potere un uomo d’azione. Un uomo pieno di energia, che cambierà le cose. Quando sale al potere un uomo d’azione, l’intera vita delle persone cambia in un attimo: io lo seguirò. Non voglio farmi trascinare dalla corrente. Voglio sbarazzarmi di una vita piena di parole e priva di fatti. Offro la mia schiena e le mie spalle a questo nuovo, grande cambiamento. Io sono un uomo perché agisco. Prima ero soltanto una voce. Non metto in discussione i fini delle nostre azioni: non è necessario. So che è bene, perché è frutto di energia. Non è possibile sbagliare, quando si agisce con tanta gioia e vitalità.

Tu dici che perseguitiamo i liberali, che bruciamo le biblioteche. Svegliati: il chirurgo che asporta un cancro dà forse prova di questo sentimentalismo dolciastro? Taglia nel vivo, senza provare emozioni. Siamo crudeli, certo che lo siamo. Il parto è un atto brutale: e anche la rinascita tedesca lo è. La Germania ha rialzato la testa davanti a tutte le nazioni del mondo e seguirà il suo glorioso Führer verso la vittoria. Che cosa vuoi saperne tu, che te ne stai lì seduto a sognare? Non hai mai conosciuto uno come Hitler: è come una spada sguainata. È come una luce accecante, ma calda come il sole di un nuovo giorno». Un sole che non è mai risorto per sei milioni di vite umane.

postato da: incorpo12 alle ore 00:08 | link | commenti
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Incontri casuali

Erano quasi le sei del mattino quando uscii dalla casa di Samuele. Nonostante tutto non mi sentivo sola, forse perché il buio della notte se n’era appena andato e a farmi compagnia c’era adesso la luce limpida dell’alba, che illuminava ogni cosa. Camminavo lungo i vicoli ancora semideserti guardandomi i piedi, a passi silenziosi. Ma la città si stava risvegliando nonostante la mia presenza. Il sorriso che mi rivolse l’anziano signore a spasso col suo cane mi fece dimenticare per un attimo il peso della nottata che mi portavo appresso.

Quando mancavano pochi metri alla fermata della metropolitana che mi avrebbe riportato a casa, una macchina grigia si accostò al marciapiede, col finestrino della portiera destra abbassato. Doveva essere qualcuno in cerca d’informazioni. Mi fermai d’istinto; mi divertiva la gente che ti rivolgeva la parola per strada per chiederti dove dovesse andare. Anche quella volta mi chinai quindi per guardare all’interno dell’abitacolo, pronta a rispondere a qualche domanda. Ciò che vidi mi fece invece credere ai fantasmi, anche se solo per un attimo. In effetti il caso non poteva essere meno casuale di così. C’era lei al volante di quell’auto, la ragazza inglese a cui avevo pensato la notte prima, l’oggetto della mia confessione. Ma era poi stata una confessione?

Ci misi qualche secondo a realizzare quello che stava accadendo, il tempo sufficiente perché lei si rivolgesse a me chiedendomi con gentilezza di aiutarla.

«Sa dov’è via Calligrafi?», mi chiese col suo spiccato accento inglese, tenendo in mano un foglietto spiegazzato. Aveva ancora i capelli raccolti, come quella volta che la vidi sul treno, ma ora portava anche un paio d’occhiali dalla montatura leggera.

«Deve essere da queste parti, ma non so dirle di preciso dove», le risposi indicando col braccio teso la fermata della metropolitana. «Io devo andare in quella direzione, se vuole l’accompagno per un tratto così magari riesco ad aiutarla», mi ritrovai a proporle.

«Oh sì, grazie», mi disse la ragazza allungandosi in avanti per aprirmi la portiera. Evidentemente le avevo fatto buona impressione. In realtà ero frastornata dalla coincidenza che mi lasciava interdetta, ma lei non poteva sapere.

«Devo fare inversione?» mi chiese appena salii in macchina.

«Ah, sì, certo», le risposi come svegliata di soprassalto dal dormiveglia, «e poi al semaforo giri a destra, dovrebbe essere da quelle parti», le dissi voltandomi verso di lei. Guidava con le due mani strette sul volante. Stava ascoltando qualcosa. Mi ci volle poco a riconoscere quelle note: era il pianoforte sensuale, denso e passionale di Keith Jarrett al “Koln Concert”, un pianoforte spremuto da un Keith febbricitante, piegato sul piano, scordato ma nonostante questo lui, Keith, concentrato e forte e come sempre a occhi chiusi a inseguire la sua visione di bellezza gocciolando dalla fronte e dal viso, impegnandosi su una parte ristretta della tastiera, quella che lo assecondava meglio.

Mentre ero girata a guardarla mi cadde l’occhio sul sedile posteriore, su cui era appoggiato un libro. Lo riconobbi subito dalla copertina, era un libro che conoscevo bene.

postato da: incorpo12 alle ore 00:05 | link | commenti (2)
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giovedì, 06 dicembre 2007

Capitolo 2 - Ma cosa stai dicendo?

Mi sveglio di colpo. C’è stato un rumore forte, come un’esplosione, ma non so da dove sia arrivato. Devo aver fatto un incubo. Mi giro e vedo che anche Samuele è sveglio.
«Hai sentito?»
«Sì»
«Cos’è stato?»
«Non lo so», dice lui.
Una luce rossa filtra dalle persiane. Non mi piace l’effetto che fa, sembra di essere all’inferno.
«Ma cosa succede?»
«Non lo so» ripete lui.
«Cos’è quella luce rossa?»
Ci alziamo tutte e due per andare a vedere. Samuele apre la finestra: è fuoco, un’auto sta bruciando come una torcia. È proprio sotto casa, le fiamme altissime, arrivano al secondo piano del palazzo di fronte.
«Ma cosa sta succedendo?»
«Non lo so», mi risponde, «come faccio a saperlo?»
Siamo nudi e fa già troppo caldo per essere ai primi di giugno. Anche quest’estate sarà un’altra che quando finirà si dirà che è volata; ad agosto diremo che la stagione è già passata e a settembre mi pentirò di aver nuotato poco. La sveglia fa le 4 e 47.
«Ma chi è stato?» gli chiedo.
«Non è necessario che sia stato qualcuno, non cominciare con le tue paranoie, Lo. Sarà stato un cortocircuito»
«Ho paura» gli dico da dietro fissandogli la nuca.
«Paura di cosa?». Adesso si è voltato per guardarmi in faccia.
«Paura che le fiamme arrivino fin qui»
«Non dire sciocchezze, l’auto è parcheggiata sull’altro lato della strada, come fanno ad arrivare fin qui?»
«Non lo so, ho paura e basta. Torniamo a letto»
«Chiamo i pompieri» dice uscendo dalla camera. Lo seguo.
«No, non chiamarli, lascia che bruci», gli dico fermandomi sulla porta della cucina dov’è ora Samuele con il telefono in mano.
«Cosa?», si gira guardandomi.
«Sì, lascia che bruci, ormai deve bruciare»
«Calmati per favore, ok?»
«Non chiamarli, non servirà a niente, non puoi salvarla»
«Ma io non voglio salvarla», mi dice calcando la voce sulle ultime tre parole, «voglio solo che smetta di bruciare, non mi piacciono quelle fiamme, stanno salendo sempre di più, è pericoloso»
«Ma se mi hai appena detto che non devo aver paura, adesso è diventato pericoloso?»
«Ora chiamo i pompieri e torniamo a letto, ok?»
«Tornare a letto a fare cosa?»
«Ma che domande fai? Si può sapere cosa ti ha preso?»
«Che domande fai tu». Mi sento ghiaccio in testa. Mi lascio scivolare contro lo stipite della porta e mi siedo a terra. Comincio a parlare.
«Stasera, mentre lo facevamo, ti ho tradito», gli dico guardandolo in faccia. «Il tuo corpo, la tua faccia, il tuo respiro, tutto di te mi dava fastidio. Solo il tuo sesso non mi infastidiva. Stasera avrei fatto l’amore con qualsiasi altro uomo eccetto te. Ma c’eri tu in mezzo alle mie gambe, così ho fatto di necessità virtù: ho iniziato a pensare ad altri uomini, già visti e conosciuti oppure soltanto immaginati. Una galleria di uomini, tutti lì ad aspettarmi. Di te m’importava solo che mi facessi godere, e anche il più in fretta possibile. Poi, a un certo punto m’è ritornata in mente, all’improvviso. L’ho vista per la prima volta pochi giorni fa, in treno. Si era seduta di fronte a me. È bellissima: bionda, occhi azzurri e labbra carnose; un viso dolcissimo, carnagione chiara coi capelli raccolti in un fermaglio. Quando ha risposto al cellulare, ho sentito ch’era inglese. Avevo in mano un libro ma non sono più riuscita a leggere, era più forte la tentazione di alzare gli occhi per guardarla. Indossava un vestitino con il collo alla coreana, la stoffa lucida rosa e dei fiorellini stilizzati sparsi qua e là come ciuffi d’erba. Il vestito era corto e le scopriva le cosce. Quando si è seduta, si è lasciata cadere sul sedile senza poi accavallare le gambe. È stato allora che le ho visto le mutandine. Ho voltato d’istinto la faccia verso il finestrino, ma poi mi sono girata di nuovo verso di lei. Ed è stato in quel momento che l’ho desiderata. Ho desiderato essere a letto con lei, con la stessa intensità con cui ho desiderato te la prima volta. E stasera ho goduto pensando a lei».
A sentire le sirene, fuori in strada, sembrano ormai arrivati tutti: pompieri, vigili, polizia.
«Ma cosa stai dicendo?» mi chiede fissandomi sbigottito.
«Quello che ho detto», gli dico alzandomi da terra, «ma se la cosa ti può rassicurare, non mi sono scoperta lesbica». È stato solo il sogno di un’altra vita. Ma questo non gliel’ho detto. Mi sono rivestita e me sono andata.
postato da: incorpo12 alle ore 10:20 | link | commenti (4)
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giovedì, 15 novembre 2007

Nevicava quando Walter Mosley mi raccontò la storia di Johnny Fry. Lo ricordo come un sogno.
Sono a P., sto camminando ma a un certo punto mi rendo conto di essermi persa. Mi trovo in un vicolo su cui si affacciano molte case, tra cui una che ha la porta d’ingresso in legno e vetro. Davanti sono ferme alcune signore che parlano. Guardo prima le signore e poi il vetro attraverso cui vedo l’interno: una stanza e poi, in fondo, una porta che sembra dare su un’altra strada. Dico alle signore che mi sono persa e chiedo se posso approfittare del passaggio. Dopo aver ringraziato, entro e la prima cosa che noto sono i tappetini sul pavimento, ricamati a mano. Alzo gli occhi e vedo tre o quattro donne sedute che ricamano, tra cui una signora senza gambe che mi sorride. Saluto ed esco dalla porta opposta. Mi ritrovo in un vicolo ancora più isolato. Parallelamente alla strada corre un canale, che mi riporta con la mente a Venezia, ma qui galleggia un battello arrugginito carico di ferraglia. Faccio qualche passo e vedo alcune bancarelle in fila sul lato della strada che dà sul canale; c’è anche un banchetto di libri usati. Continua a nevicare. Mi fermo e comincio a scorrere i titoli dei volumi sdraiati sul banco, e prendo in mano l’edizione Adelphi di Confessione di un assassino, di Joseph Roth. Lo apro a caso a pagina 57 e comincio a leggere.
«Magari avessi detto allora quello che avevo sulla punta della lingua, cioè le semplici parole: Tornare a casa!», fu la prima frase che lessi. Un’ombra mi passò accanto distraendomi dalla lettura, che però ripresi subito. «A un tratto dissi: “Voglio entrare nella polizia!”.
Questa parola buttata lì, cari amici, ha deciso il mio destino. Solo molto più tardi ho imparato che le parole sono più potenti delle azioni – e spesso rido quando sento l’amata frase: “Fatti e non parole!”. Quanto sono deboli i fatti! Una parola rimane, un fatto passa! Di un fatto può essere autore anche un cane, ma una parola può essere pronunciata soltanto da un uomo. Il fatto, l’azione, è solo un fantasma se lo si confronta con la realtà, e persino con la realtà immateriale della parola. L’azione sta alla parola press’a poco come le ombre bidimensionali del cinema stanno all’uomo vivo tridimensionale, oppure, se preferite, come la fotografia all’originale. Anche per questo sono diventato un assassino.»
Rimetto giù il libro e riprendo a camminare, finché incontro un bar in cui entro e ordino un caffé. Al banco ci sono anche un uomo e una donna. Stanno parlando, lui le sta raccontando qualcosa che gli è successa. Faccio finta di essere presa dai miei pensieri e ascolto il racconto:
«Erano così silenziosi che per poco non li travolsi. Jo era seduta sullo schienale del divano. Aveva la camicetta nera sollevata fino alle ascelle, sopra il seno, e i pantaloni neri sfilati quasi del tutto, tranne per la gamba sinistra ancora appesa alla caviglia. John Fry portava solo una maglietta di seta grigia. Era in piedi tra le sue gambe e la stuzzicava con la sua erezione.
Lei lo guardava fisso negli occhi, le mani bruno-ramato strette sul bianco pallore del petto e della spalla sinistra. Lui sembrava come concentrato su qualcosa dentro di sé. Forse si stava trattenendo. Forse la stava tenendo sulla corda.
Continuarono quel gioco per un po’. Notai che Johnny portava un preservativo, rosso. Chissà perché quel colore mi mandò in bestia. Ogni tanto glielo affondava dentro. Erano gli unici momenti in cui lei emetteva qualche suono. Una specie di mugolio che si traduceva in un “oh” e, a volte, in un “no, ti prego”. Mi domandai, quasi oziosamente, se poi mi avrebbe detto che aveva cercato di fermarlo, che lo aveva respinto.
Dopo un po’ mi voltai perché sembrava non riuscissi a pensare con quella scena davanti agli occhi. Guardai la porta in fondo al corridoio e capii che dovevo andarmene. Affrontarli era inutile. John Fry era più grosso di me (in tutti i sensi) e io non avevo nessun’arma con cui colpirlo. In fondo Joelle non era mia moglie. Stavamo spesso insieme, ma quella era casa sua.
Decisi di andarmene.
Mi avviai verso la porta.
Ero appena uscito e avevo fatto i primi tre passi sul pianerottolo quando Jo lanciò un urlo fortissimo, pieno di dolore. Feci dietrofront e mi precipitai in casa senza riflettere. Come se avessi dimenticato ciò che avevo appena visto. Pensavo solo che la mia fidanzata, la mia donna, stava male.
Quando tornai nel punto strategico affacciato sul salotto mi resi conto del mio errore.»

(Walter Mosley, Volevo uccidere Johnny Fry,
Einaudi Stile Libero Big, 259 pagine, euro 14,80
traduzione di Cristiana Mennella)
postato da: incorpo12 alle ore 14:38 | link | commenti
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lunedì, 05 novembre 2007

Capitolo uno

L’idea di scrivere questo diario mi venne una sera di giugno. Avevo chiesto ai miei ospiti di recitarmi un brano che racchiudesse il senso della letteratura, o che aiutasse a riflettere sul ruolo dello scrittore o che, più semplicemente, facesse venir voglia di leggere. Orhan si alzò per primo e, passando dalla porta-finestra che collega la veranda al salotto, andò col suo incedere calmo allo scaffale della libreria dove tenevo la letteratura del Medio oriente. Mi ricordo che lo guardai di spalle per il tempo che gli ci volle ad arrivare alla P di Pamuk, aspettandomi che prendesse “La valigia di mio padre”. È un volumetto di 71 pagine uscito con Einaudi che, oltre a raccogliere due conferenze tenute da Pamuk alla University of Oklahoma e a Francoforte, si apre con il discorso che fece a Stoccolma il 7 dicembre 2006, in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura.
Ma anziché “La valigia di mio padre” Orhan scelse “Neve”, uno dei romanzi più belli che abbia mai letto. Tornò così al tavolo, si sedette e aprì a pagina 3, cioè alla prima pagina del primo dei quarantaquattro capitoli che raccontano il viaggio del poeta Ka. Ka, il protagonista, è esule in Germania da molti anni, ma ritorna in Turchia per un reportage a Kars, che è una piccola città di confine tra Turchia, Armenia e Georgia, dove alcune giovani si sono appena uccise perché costrette, almeno così pare, a togliersi il velo nelle aule delle università.
Ancora oggi non so quanto gli altri invitati stimassero Orhan, ma mi ricordo che eravamo tutti in religioso silenzio, in attesa che Orhan iniziasse a leggere.
«Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro.
Aveva preso il pullman che l’avrebbe portato da Erzorum a Kars all’ultimo minuto. Dopo due giorni di viaggio fra le tormente di neve, da Istanbul era arrivato alla stazione dei pullman di Erzurum, e mentre con la borsa in mano nei corridoi sporchi e freddi cercava di capire dove fosse la fermata dei pullman per Kars, un tizio gli aveva detto che ce n’era uno in partenza.
L’aiutante dell’autista del vecchio pullman Magirus non aveva voluto riaprire il bagagliaio già chiuso, e aveva borbottato: - Abbiamo fretta -. Perciò lui era salito con la valigetta Bally color ciliegia che adesso teneva fra le gambe. Indossava un cappotto pesante, color cenere: lo aveva comprato cinque anni prima a Francoforte ai grandi magazzini Kaufhof. Diciamo fin d’ora che questo bel cappotto di stoffa morbidissima, nei giorni che trascorrerà a Kars, sarà per lui fonte di vergogna e inquietudine ma anche di protezione e sicurezza.
Subito dopo la partenza del pullman, mentre il passeggero seduto accanto al finestrino, pensando di poter vedere qualche cosa di nuovo, guardava con occhi attenti i quartieri della periferia di Erzorum, le minuscole e misere drogherie, i panifici e i caffé fatiscenti, aveva ripreso a nevicare. Adesso era più forte: i fiocchi erano più grandi di quelli del tragitto da Istanbul a Erzorum. Se il passeggero non fosse stato stanco per il viaggio e avesse prestato un po’ più di attenzione ai grandi fiocchi di neve che scendevano dal cielo come piume di uccelli, avrebbe potuto percepire che si stava avvicinando una violenta tormenta di neve e, forse, avrebbe potuto capire immediatamente di aver intrapreso un viaggio destinato a cambiare tutta la sua vita, e sarebbe potuto tornare indietro.
Ma di tornare indietro adesso non gli passava proprio per la testa. Mentre la sera scendeva, guardava fisso il cielo che sembrava più luminoso della terra: contemplava i fiocchi di neve che man mano si facevano più grandi e si disperdevano nel vento, non come presagi di una prossima sventura ma, finalmente, come indizi del ritorno della felicità e dell’innocenza della sua infanzia. Una settimana prima, in occasione della morte della madre, il passeggero era tornato per la prima volta dopo dodici anni a Istanbul, la città della sua infanzia e della sua felicità, e dopo essersi fermato quattro giorni aveva intrapreso questo viaggio imprevisto per Kars. Sentiva che quella neve di una bellezza sovrannaturale lo rendeva persino più felice della Istanbul che aveva potuto rivedere dopo tanti anni. Era un poeta, e in una sua poesia di qualche anno prima, una poesia poco nota ai lettori turchi, aveva scritto che anche nei nostri sogni nevica, ma una sola volta nella vita.»
postato da: incorpo12 alle ore 13:34 | link | commenti
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